“We don’t need no occupation!”

17 Apr

Fino al 1989 i Muri erano chiamati con il loro nome: Muri.

Oggi, facciamo finta che non ce ne siano più, aiutati anche da geniali cambiamenti terminologici.
La Barriera di separazione israeliana, o Chiusura di Sicurezza è una vera e propria trappola che imprigiona i territori palestinesi occupati. La separazione comporta in molti casi l’allontanamento di intere famiglie dalle scuole, dagli ospedali e dai posti di lavoro, a cui i palestinesi possono accedervi solo con il permesso israeliano, dopo gli innumerevoli posti di blocco.

Cercherò di segnalare un punto di vista alternativo, attraverso le parole e i fatti raccontati da Banksy, già plurinominato sul mio blog.
La questione palestinese sta molto cara all’artista inglese, che nel 2005 ha avviato insieme all’associazione inglese Picture on Walls, il progetto Santa’s Ghetto, a fianco di artisti palestinesi.

Poco prima di partire, Banksy pubblicò sul suo sito ufficiale una riflessione, in cui si domandava se scrivere sul Muro sarebbe stato illegale. Ma, essendo stesso il Muro una violazione internazionale, secondo la Corte Internazionale di Giustizia, è facile concludere che nessun disegno poteva essere considerato un atto vandalico.

«Il Governo israeliano sta costruendo un muro che circonda i territori palestinesi occupati. Si erge in altezza tre volte più del Muro di Berlino, e si estenderà per più di 700 Km, la distanza tra Londra e Zurigo. Il Muro è illegale per il diritto internazionale e racchiude la Palestina nella più grande prigione all’aperto del mondo […] Ogni graffitista dovrebbe andare a disegnare sul Muro»

Ovviamente, un disegno, non potrà mai rendere più sopportabile quest’ingombrante e disumana presenza.

Emblematico, a questo proposito, il dialogo tra un anziano palestinese e Banksy.

Palestinese: Tu dipingi il Muro, lo rendi bello.
Banksy: Grazie
Palestinese: Noi non vogliamo che sia bello. Noi odiamo questo Muro, va a casa.

Oltre il Writer, anche altri artisti hanno espresso la propria posizione a riguardo.

Vi segnalo “Mur” de Simone Bitton (2004):

Nel giugno 2006, Roger Waters, in occasione di una sua visita in Israele, dove ha tenuto un concerto a Nevè-Shalom, ha scritto “Tear down the wall” sul muro, una frase che allude alla canzone “Another brick in the wall” dei Pink Floyd, chiaramente riferita ad un altro muro. Eccone un recente articolo sul Guardian.

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