Tripolis (Oea)

26 Feb

I don’t care about oil, immigration, Eni. I just want freedom end peace for libya. I hope Google Translate can help me: السلام والحرية في ليبيا

A me non me ne frega niente del petrolio, dell’immigrazione, dell’Eni. Voglio che i libici siano liberi e in pace. Spero che Google non mi faccia fare una figuraccia, se scrivo: السلام والحرية في ليبيا

In questi giorni è terribile ciò che sta avvenendo al di là del mare nostrum.
Ci penso veramente spesso. Penso alla gente, ovviamente.

Mi è tornato in mente un lavoro artistico che ho avuto la fortuna di scoprire durante il lavoro in galleria T293, qui a Napoli. L’artista in questione è Patrizio di Massimo, l’opera si chiama “Oae” ed è del 2009.

Si tratta di un video realizzato in Libia nel 2008, in cui s’interseca presente e passato, il viaggio alla scoperta della memoria, con scene di repertorio tratte dal film “Il leone del deserto” (1981) di Moustapha Akkad.
La pellicola è stata censurata in Italia per lungo tempo, ma è possibile guardarla oggi in streaming.
Tra l’altro il film è stato parzialmente finanziato con 35 milioni di dollari di Gheddafi, il quale fece inserire scene strumentali alla sua persona.
I dittatori agiscono sempre sulla cultura, perchè è l’arma più pericolosa che abbiamo.

Ciò che vi propongo di approfondire è la visione antropologica del video racconto, operando un’elaborazione del passato coloniale dell’Italia, tenendo conto che la prima cosa che ogni regime copre, sono le tracce storiche del passato, ovvero del regime precedente.

Here is A video constructed alternating video footage gathered in Libya during the summer of 2008 with scenes from the movie “Lion of the desert”(1981) by Moustapha Akkad.

Povera Libia, da Mussolini a Gheddafi.
Poor Libya, from Mussolini to Gheddafi. 😦

Ecco il testo di accompagnamento al lavoro.

Giorgio de Chirico chiamava l’Italia “una fatalità geografica”. Antonio Stoppani “il bel paese”, aggiungendo allo stesso tempo che “tutti gli incanti della natura non valgono un affetto”. Nel 2007 ho scritto un testo, Senza Orfanità, all’interno del quale c’è un capitolo intitolato Tra Ventimiglia e Tripoli; era un momento della mia ricerca dedicata al paesaggio italiano, concepito come quel luogo esistente tra due punti geografici estremi. Il francese: l’allogeno in casa. E poi l’Italia africana: che in realtà arrivava molto più in basso – fino a Mogadiscio, fino a Mombasa.

Da lì nacque la voglia di partire per Tripoli – alla ricerca di una regione del mondo da poter chiamare “Italia fuori dall’Italia”. Una volta arrivato però mi sono reso conto che ne sapevo poco delle espansioni e delle affermazioni di se stessi tramite gli imperialismi e che la differenza tre egemonia e dominio è sottile ma allo stesso tempo non trascurabile. Dovetti anche ammettere che lo spirito antropologico che aveva portato gli inglesi fino in Cina mancava nell’attitudine italiana. Che in molti casi questo paesaggio orientale si reificava come un’amnesia collettiva e che quando una storia è cancellata il paesaggio stesso diviene ceco e muto.

Fu come un abbaglio: vedere tracce della cultura italiana inserite nella porta del continente nero; immaginare le vite di migliaia di connazionali impegnati in una lotta vana supportata da fantasie esotiche; capire il ruolo della memoria nella formazione del paesaggio storico; ma soprattutto vedermi e sentirmi come il rottame di un’ideologia vecchia e opprimente. Un abbaglio così intenso che mal mi riuscì di riprendere con la camera il visto e il vissuto. Ma la ragion del fare, si sa, non è sempre la ragion del vivere.

Orientalismo Italiano è diventata così, dopo Senza Orfanità, la mia seconda ricerca. Un’analisi tutta indirizzata a capire come si erano sviluppati i rapporti tra Italia e oriente nei secoli e come questi rapporti avevano influenzato di ritorno il paesaggio italiano in tutte le sue accezioni:

Il Concilio di Vienne del 1312, che instituì le cattedre di lingua araba, ebraica e siriaca nelle università italiane – perché si sa: l’apprendimento dell’Arabo è il più efficace strumento di conversione dei “maomettani”; le Repubbliche Marinare, che aprirono i cancelli all’oriente arabo a una sterminata serie di scambi economici, commerciali e culturali; Venezia, che divenne la più orientale delle città in Occidente e che si può a buon diritto definire più bizantina che italiana; le crociate, da quelle dei pezzenti a quelle escatologiche e metafisiche, da quelle del bene contro il male a quelle irrazionali e oscurantiste; il grande esploratore Marco Polo e il grande evangelizzatore Matteo Ricci – personalità che cambiarono per sempre la conformazione del loro e nostro Occidente. Infine l’Africa: Etiopia, Somalia, Eritrea e Libia; la formazione dell’imperialismo straccione e poi la fulminea decolonizzazione; ed infine la netta differenza tra egemonia e dominio.

Ed è proprio questa differenza che caratterizza più di ogni altra cosa il significato di Orientalismo Italiano. Non si può infatti mai parlare di egemonia considerando il rapporto tra l’Italia e gli stati colonizzati perché non abbiamo mai veramente meritato il rispetto di questi popoli. Egemonia culturale, come suggerisce Gramsci, dovrebbe essere la compiuta capacità di direzione cui si sottomette il colonizzato. In assenza di questa, e con il solo uso della forza, si ha una rozza e primitiva fase di sforzo – il dominio. L’insediamento in Africa non fu facile per gli Italiani – sconfitta di Adua, interminabili lotte nel Sahara – e proprio da questo nacque la posizione autoritaria, la dominazione forzata.

Quando nel 1931 l’impero italiano impiccò e uccise Omar el-Muchtar, il leader della resistenza libica da tutti chiamato “Leone del deserto”, questa esasperazione era al suo apice di ferocia. Ci vollero venti anni di battaglie e finalmente l’atto era compiuto: la Libia era italiana. Contro-voglia, contro-mano. El-Muchtar fu pubblicamente ucciso e il suo passaggio all’aldilà sanciva la morte di un paesaggio italiano onesto e pulito. Il suo finto processo sanciva l’inizio di una storia moderna che sarebbe durata pochi anni, appunto dal 15 settembre 1931 fino al 10 giugno 1940, quando l’Italia dichiarò guerra a Francia e Inghilterra.

Ma il crimine coloniale è qualcosa di cui si deve chiedere perdono? Il fatto di non essere stati in grado di egemonizzare ma solo di dominare (seppure per pochi anni) ci rende più colpevoli di inglesi e francesi?

Nelle parole di Gramsci: «La linea di uno stato egemonico non “oscilla”, perché esso stesso determina la volontà altrui e non è determinato, perché la linea politica è fondata su ciò che vi è di permanente e non di casuale e immediato e nei propri interessi e in quelli delle altre forze che concorrono in modo decisivo a formare un sistema e un equilibrio». Questo significa che non ha poi così senso ritrattare le proprie posizioni a un secolo di distanza se la nazione è stata puramente egemonica. Ma appunto non è questo il nostro caso.

Come forza dominante, forse dovremmo cominciare a parlare di paesaggio morale italiano. Silvio Berlusconi è stato l’unico politico europeo che abbia chiesto perdono per i crimini di guerra coloniali e l’unico che abbia portato a termine le restituzioni di artefatti rubati e scippati dai suoi predecessori, condannando il dominio in terra dominata. La cosa è interessante – se non addirittura mozzafiato per chi come me è così appassionato alla questione. Ma cosa significa?

Significa che il nostro paesaggio morale attuale è molto diverso dagli altri. Da un lato il nostro tardo-imperialismo è rimasto un argomento oscuro e dall’altro il postcolonialismo non si è mai sviluppato né come materia accademica né artistica per via della mancanza di dialogo con i luoghi occupati. Oggi si arriva perciò a chiedere perdono senza aver mai di fatto affrontato i veri doveri che come Stato l’Italia ha nei confronti dei popoli libici, etiopici, eritrei e somali. Insomma, non c’è post-colonialismo ma ci sono scuse coloniali, il che suona un po’ come una doppia beffa espressa con mezza fatica.

Ma ora io non vorrei fare a meno della spensieratezza e dell’innocenza. E potrei chiedermi, a buon diritto, cosa c’entro io con questa storia? Nulla di personale in effetti. Nulla di ereditario del quale dover tirare le somme, ma un approccio collettivo alla storia e al suo paesaggio morale perché forse, in effetti, “l’innocenza è una colpa”.

Patrizio Di Massimo è nato a Jesi nel 1983. Vive e lavora tra Amsterdam e Londra

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